empty house

Diana Krall mentre ceno.
La sua voce vellutata canta parole che mi danno un improvviso fastidio. "Cry me a river".
Cerco con gli occhi il telecomando dello stereo. Alla fine mi alzo e premo il dito sul pulsante On/Off quasi con rabbia. Cala il silenzio come una bastonata.
Basta.
Di nuovo seduto davanti al piatto, con la coda dell'occhio scorgo il telecomando fare capolino da sotto la fruttiera, che è pure vuota. Lo prendo in mano, tenendo ad un tempo l'angoscia per le corna. Che spinge, spinge. Mi sà che entro sera mi prenderò una bella incornata.
Cosa vuol dire tutto questo?
Ho lasciato l'altra casa ed ora sono in questa. E' più grande, più spaziosa, più luminosa. Ogni volta che mi dimentico qualcosa in una stanza mi tocca fare sto smisurato corridoio, che prima o poi mi comprerò dei pattini.

(pattini... trentadue anni fa mio padre solleva una scatola verde davanti ai miei occhi, nella medesima stanza dove mi trovo ora, a scrivere sul portatile mac del mio sconforto. Pattini. Mi dice che me li ha portati in dono la sorellina appena nata. Ottima mossa, papà.)

Farò causa ai traslocatori. Manca uno scatolone all'appello. Hanno dimenticato i miei sogni nel mio vecchio appartamento.

Il vuoto. Il vuoto.

gettin' in

L'accesso alla mia casina nuova (nuova perchè ci sto da poco, non certo perchè fresca di cantiere!) non è dei più facili. Di solito saluto i miei visitatori con un cordiale "benvenuti ad Alcatraz!" per via delle inferriate. Se non altro le ho fatte dipingere di un bel rosso vivace che, bisogna ammetterlo, assieme al verde della ringhiera del balcone e al bianco degli infissi, ha dato un involontario ma allegro tocco patriottico allo stabile (si preannunciano grane in condominio...). Comunque non dirò che è impenetrabile per motivi scaramantici. E le intaccature allo spigolo della porta d'entrata, sicure testimoniante di passati tentativi d'effrazione, mi servono da monito a non abbassare la guardia.

Dunque, da via Palestro si accede da una bella porta a vetri scuri posta tra il macellaio e il fruttivendolo. Ma di solito chi mi viene a trovare non aspetta di sentirmi raccontare tutta la faccenda, e perde un buon quarto d'ora facendosi a piedi in andata e ritorno i quattro piani dell'edificio principale, provando ogni porta e strabuzzando gli occhi su tutti i campanelli, prima di rinunciare, tornare in strada, suonare di nuovo, e gracchiare nel citofono: "ma dove c(beep!)o stai?".
E io: "attraversa il cortile, pollo!"

Si attraversa, ridunque, il cortile e, in fondo a sinistra, ci si trova davanti ad un nuovo portoncino, che il più delle volte avrò già provveduto ad aprire con l'apposito tiro. Sull'interno del portoncino si trova un cartello, assolutamente menzognero, che recita:
"Si prega di non sbattere. La porta si chiude da sè".
Potremmo definire l'apparato adibito alla chiusura del portoncino: "ad pompam".

Queste le principali reazioni al cartello bugiardo.

1) il coscienzioso:
mi raggiunge sul pianerottolo e dice: "Lo sai che il portoncino di sotto non si chiude da sè?"

2) l'irritato:
mi raggiunge sul pianerottolo ed esclama: "Quel c(beep!)o di portoncino di sotto non si chiude!"

3) il distratto:
mi raggiunge sul pianerottolo e gli chiedo: "Hai chiuso il portoncino di sotto?"
E lui: "Portoncino?"

4) mio padre:
SSSSLLAAAAAMMMMM!!!!!! (con vibrazione risonante nell'edificio dalle fondamenta al tetto)
Io: "Papà, sei sicuro di aver chiuso bene?"

4) l'ingegnere:
l'attendo invano per diversi minuti prima di sporgermi dal pianerottolo e vederlo scrutare accigliato a braccia conserte il portoncino semiaperto ma inspiegabilmente inerte. Continua a scrutare accigliato, probabilmente chiedendosi se è rotto o se è semplicemente molto moooolto lento, finchè non attiro la sua attenzione con: "Hei! Mica si chiude! Datti una mossa!"

Bè, poi si è arrivati.

*

...sono così stanco di non stare bene.

the rose + the picture

Con un dardo
o la spina d'una rosa
appuntata al cielo
come una foto
al muro


via sms


condomflag

Un po' più rincoglionito del solito, stamane esco di casa facendo roteare le chiavi della macchina attorno all'indice, infilato nel portachiavi. Raggiungo il mezzo, lo apro, mi siedo alla guida e avvio il motore. Pochi secondi per scegliere la colonna sonora del tragitto (che alla fine risulta essere Cowboy Bebop OST di Yoko Kanno), innesto la marcia e vado, mentre il mio tecnologicissimo vetro elettrico scompare nella portiera. L'aria m'accarezza il viso. Canticchio sul cd un pezzo dolce e swingatissimo. "Goodbye, so long, adieu..."
Sostando al primo semaforo, tre suore mi passano accanto lanciandomi severe occhiate di disapprovazione. Al verde riparto un po' perplesso. Penso: che non gli piaccia il jazz?

E' quando m'accorgo del preservativo svolazzante agganciato al tergicristallo.

farewell my lovely

Niente, non riesco a dormire.
Mi rivolto nelle lenzuola come una popolazione oppressa.
Cerco evasione nelle pagine di "Addio mia amata" di R. Chandler. Un grande.
Riflessione su Phil Marlowe: ogni sua storia di cuore non è che l'eco di un'enorme passione, di un gigantesco amore che non viene consumato. Mai.

E per un attimo mi sento meglio. Solo per un attimo, però.

Poi torno a letto.

rude awakenings

Nuovo sogno. Ma purtroppo la donna rossa questa volta non c'entra. Chissà dov'è, cosa sta facendo mentre la penso e, beh sì, la desidero. E' un po' alienante scoprirsi a fissare il vuoto pensando a qualcuno che probablimente non esiste.
Di una vividezza straordinaria, ma a cui sono abituato, il nuovo sogno s'è confuso con quello stato di veglia incosciente che è preludio del vero risveglio, rendendo il tutto ancora più incredibilmente reale.

Dunque apro gli occhi. Il sole filtra dalla finestra tagliando la penombra come un coltello. E' domenica mattina presto, lo capisco dalla qualità della luce, ma non mi secca essermi svegliato perchè posso richiudere gli occhi e abbandonarmi all'indolenza. Prima di farlo mi stiro lungamente, assaporando il tepore delle lenzuola, la morbidezza dei cuscini. Mi giro sul fianco destro e con gli occhi socchiusi e assonnati vedo P. che entra in camera da letto con passo silenzioso e un sorriso solare sulle labbra.
Sorpreso, torno a mettermi supino e la guardo. La luce dell'alba la illumina mentre si sveste, e mentre si sveste, riponendo con cura i vestiti, mi parla tranquilla e serena delle ultime cose che ha scritto, di come sono piaciute, di come vorrebbe migliorarle. Tanto che, dopo un attimo, il fatto che si trovi nella mia camera da letto mi pare come la cosa più naturale del mondo. Seduta sul bordo del lettone si sfila i pantaloni e continua a parlarmi, e sempre parlando li piega, li appoggia sulla cassettiera e infine si volta a sorridermi. Poi tace. Ora ha addosso solo una camicia bianca che la copre quasi fino alle ginocchia. Gira attorno a letto, s'insinua felina sotto le lenzuola e mi si fa vicina. Sento i suoi piedi che si avvolgono ai miei.
Mi giro verso di lei, avvicinandomi al suo viso. Allungo la mano per una carezza ma all'improvviso lei è come insensibile. I suoi occhi dilatati guardano avanti a lei, il resto del volto è una maschera indecifrabile e inespressiva.
"chi...?" dice.



Per un attimo non capisco, poi sento tutto il corpo che mi s'irrigidisce, il freddo che mi travolge, i capelli che mi si raddrizzano sulla nuca. Seguo il suo sguardo fino ai piedi del letto. Là c'è una ragazzina. Avrà dieci, dodici anni, ha capelli castani sciolti sulle spalle, occhi grandi, acquosi, ha addosso una camiciola da notte azzurra e ci guarda con tristezza infinita.
"chi...?" dice ancora P. e sento tutto il terrore nella sua voce, come lo sentirei nella mia se riuscissi a dire anche una sola parola. La sua mano si stringe alla mia al punto di dolere.
Chi? O cosa? P. ed io sappiamo bene che la bambina è un fantasma. Che vuole qualcosa da noi.
Vorrei agire in qualsiasi maniera. P. però non mi lascia andare, non sò se per il timore che mi possa accadere qualcosa o se semplicemente non vuole rinunciare a quel poco di sicurezza che il mio contatto le regala. Si stringe a me, sento i suoi piedi che scalciano in preda al panico, come se stesse nuotando disperatamente per tenersi a galla. Alla fine riesco a divincolarmi dalla sua presa, e lei inorridisce vedendimi uscire da sotto le coperte, ultima difesa.
Rimanendo sul letto mi avvicino alla bambina col cuore martellante. Sento P. che trattiene il fiato alle mie spalle. Lo spettro muove le labbra come se stesse parlando, ma non odo alcun suono, alcuna parola. Guardo quegli occhi profondi, profondamente tristi e all'improvviso mi accorgo che le mie gambe stanno spingendo, che sto compiendo un balzo in avanti, che travolgerò chiunque o qualsiasi cosa si strovi di fronte a me.
E lo faccio. I lineamenti della bambina s'avvicinano rapidissimamente e poi scompaiono. Sento un freddo mortale che s'impossessa di me, e un urlo agghiacciante nell'aria mentre ruzzolo sul pavimento.
E mi sveglio. Di soprassalto. Scatto seduto sul letto, gli occhi che cercano nella stanza, le vene che pulsano sulle tempie. Il sole filtra dalla finestra tagliando la penombra come un coltello. Dèja-vu. Aspetto per qualche minuto, respirando affannosamente. P. non arriva. Vado a prepararmi la colazione.

Dove sei, donna rossa?...

in between days

Sole tra le nubi
vento tra le foglie
sospiro tra i pensieri

dreams of a redhead

La donna rossa è comparsa di nuovo nei miei sogni.
Non sò chi sia.
La prima volta che la sognai avevo vent'anni, e al mio risveglio dovetti fare doccia e bucato. Non ricordo bene i dettagli del sogno, solo la sua carica erotico esplosiva, i lunghi capelli mossi rosso carota della mia amante onirica, la sua pelle delicata e diafana, le sue dita minute sul mio petto. Ma non il volto. Quello non sopravvisse al risveglio.
La seconda volta invece ero a due giorni dalla discussione della tesi. Nel sogno la riconobbi tra la folla di un locale alla moda, dalla quale la estrassi prendendola per mano conducendola poi da qualche altra parte non bene definita. Questa volta l'erotismo fu soppiantato da una singolare intimità. Forse ricordo un bacio, all'ombra di un porticato, e di sicuro una felicità che può trovarsi solo nei sogni. Nient'altro.
Può darsi ch'io l'abbia sognata altre volte, non so.
La notte scorsa è tornata.



Nel sogno mi trovo in un qualche locale nel bel mezzo di una ressa rumorosa, una selva di bicchieri multicolori. L'ambiente è un po' rustico, con vecchi mattoni a vista, mobili in noce scuro d'arte povera, tegami di rame appesi in vece di quadri. D'un tratto sento una voce familiare chiamarmi. Alzo gli occhi e mi rendo conto di un soppalco stretto, una specie di ballatoio, che corre lungo la parete più lunga della stanza. R***, una mia cara amica, in un abito da sera che non credo possegga veramente, si sporge dalla ringhiera agitando un braccio.
"Ehiiiiiii!" mi chiama con la sua consueta allegria.
Agito il braccio anch'io per farle vedere che l'ho vista.
"Vieni su!" continua. "Dài vieni! C'è una persona che devi conoscere!!"
Rimango un attimo interdetto. Una persona? Provo l'impulso di sgattaiolarmene via alla chetichella, ma svanisce subito. Cerco il modo di raggiungere il soppalco. Stranamente, non vedo scale. Rimango pietrificato quando scopro che per salire c'è una specie di percoso in arrampicata, con appigli metallici e incavi nel muro. Ma sono matti?! Per scrupolo provo a salire, ed è effettivamente difficile come sembra. Dopo un po' diventa una questione d'orgoglio. In più sto bloccando la strada agli altri, e la cosa m'infastidisce e m'imbarazza. Per giungere in cima bisogna passare addirittura attraverso una fessura orrizzontale, quasi un passaggio in grotta da speleologo. Ironia della sorte è ciò che mi permette di tirare il fiato e di issarmi finalmente sul soppalco.
I miei passi risuonano sulle assi di legno un po' imbarcate del pavimento. L'ambiente è bello stretto. Ci sono dei divani contro la parete, e per passare bisogna farsi largo tra le gambe degli avventori seduti. Tra schiene e teste, nel salottino in fondo intravedo R***. La raggiungo. Qui, non so come, hanno fatto stare due divani uno di fronte all'altro con un tavolino in mezzo. Mi siedo mentre R*** si alza. Mi bacia sulla guancia e dice che torna subito e di presentarmi. Alzo gli occhi e lei è lì, seduta sul divano di fronte al mio.
La donna rossa.
Si sporge verso di me appoggiandosi al tavolino. Io faccio altrettanto finchè i nostri volti quasi si sfiorano. Ci guardiamo, vicinissimi, tanto chè posso mettere a fuoco i dettagli ma il viso nella sua interezza è fuori dalla mia portata. La sua carnagione eburnea è ricoperta di minutissime e deliziose efelidi. I suoi occhi sono di un azzurro limpido e brillante. Un ciuffo dei suoi splendidi capelli rossi le cade sul viso, lei lo allontana passandolo con noncuranza dietro l'orecchio, ma quello torna dov'era e lei decide d'ignorarlo. Questo mi permette di vedere che le sue sopracciglia sono del medesimo colore dei capelli. Addirittura anche le sue ciglia lo sono, sebbene un poco più scure. Le sue labbra, invece, sono d'un rosso molto più acceso anche se non sembra portare rossetto. Mi sento tremare dalla testa ai piedi quando lei mi accarezza la guancia con la sua, e inizia ad avanzare carponi sul tavolino verso di me. Io indietreggio mentre lei si avvicina. Le sue mani lasciano l'appoggio del tavolo e trovano quello delle mie gambe. Lo schienale del divano m'impedisce d'indietreggiare oltre. Sento le sue labbra sul mio collo. E tutto si dissolve nel buio.
E piove.
Corriamo nella notte piovosa tenendoci per mano. Lei ride divertita, trascinandomi tra le piante di un grande giardino, al centro del quale si scorgono le finestre illuminate di una casa. Ride, mentre i capelli fradici le aderiscono alla fronte, la camicia le aderisce alla pelle. Oltre a quella indossa shorts e sandali con tacchi altissimi. Parole nella mia mente. "...e piove sulle nostre mani ignude, sui nostri vestimenti leggeri, sui freschi pensieri che l'anima schiude novella, sulla favola bella che ieri m'illuse e oggi t'illude, Ermione."
Mi conduce al portone di casa, che apre con una semplice spinta. Entriamo in una sala buia, l'attraversiamo. Attraversiamo tutta la casa e torniamo ad uscire dalla porta posteriore. Un'altra corsa sotto l'acqua scrosciante. Una dependance ad un piano, semisepolta dalla vegetazione, appare improvvisamente davanti a noi. Ci fermiamo davanti alla porta e lei mi guarda sorridendo, come in attesa. E' bagnata come un pulcino. E' assolutamente adorabile.
"Allora?" dice ridendo. Io la guardo, è l'unica cosa che posso fare.
"Le chiavi!" esclama, giocando ad essere spazientita. Continuo a non capire.
"Avanti!!" Ride e cerca d'infilarmi la mano nella tasca dei jeans. Io la precedo e con mia sorpresa trovo un anello con due chiavi che non ho mai visto.
"Dài, dài!" Inserisco la prima chiave e la giro. La porta si apre. Lei mi prende per la camicia e mi tira dentro ridendo come una bambina.
Camminiamo su una moquette così spessa che sembra di avanzare su uno strato di gommapiuma. I piedi affondano nel pavimento che presenta anche una serie di dossi e avvallamenti. Il soffitto è bassissimo. Allungando un braccio lo tocco con facilità. Molte candele illuminano le stanze in cui mi conduce la ragazza. Sono tutte disordinatissime, con oggetti e indumenti sparsi qua e là su mobili e sul singolare pavimento ondulato, ma è un disordine che non sembra infastidirmi. Cerco di riconoscere alcuni degli oggetti sparsi. Un foulard, una bottiglietta vuota di cristallo con un vaporizzatore color ocra, un libro, un trenino di legno con tre vagoni passeggeri, locomotiva e tender, un pupazzo di gomma a forma di rana.
"Questo è il mio regno," dice lei sorridendo. "Qui posso fare tutto ciò che voglio." Ha recuperato una salvietta e stà provando ad asciugarsi i capelli. "Fa come se fossi a casa tua," aggiunge. Io ho ancora in mano le chiavi. Mi siedo sul grande letto matrimoniale coperto da magliette, riviste e piccoli peluche, e la guardo mentre si asciuga, si sfila la camicetta bagnata, scalcia via le scarpe facendole rotolare in un mucchio in un angolo della stanza.
E mi sveglio. Maledizione, mi sveglio.

E' tutto il giorno che provo questa sensazione di esasperante frustrazione. Erano anni che non la vedevo. S'è dissolta così, davanti ai miei occhi, mentre invece prendevano forma i raggi di sole che filtravano dalle tapparelle della mia camera da letto.

Non è giusto. Ormai non trovo pace nemmeno nei sogni.

eightball

I° giugno 1993. Houston, Tx.

La sera prima io, Magi e Marco, dopo esserci fatti del male con una fritturina di pesce sintetico al Red Lobster, raggiungiamo un paio di amici in un postaccio a Montrose per una partita a biliardo. Per la cronaca, Montrose è il quartiere gay di Houston, sul quale ti viene fatto un lavaggio con ammollo e centrifuga al cervello perchè te ne tenga il più lontano possibile o adotti le opportune precauzioni, tipo avvolgerti tutto col cellophane a mo' di total condom. Raccontare che sei stato a Montrose suscita di solito preoccupati risolini anche dopo che hai dato prova di rigorosa eterosessualità.

Battuta classica da italiano in trasferta in USA: ti sei "fatto" nuovi amici?

Sarà, ma il mitico Fred pur abitando a Montrose s'è "fatto" una collezione di belle figliole da far invidia a qualsivoglia latin-lover mediterraneo in trasferta, e a quanto mi risulta il respirare la stessa aria che respirano i gay (tipo "fumo passivo") non gli ha causato nessuna controindicazione. Comunque -- a scanso di equivoci -- io, Magi & C. a Montrose andavamo a giocarci a biliardo, e per essere dove si trovava il locale conteneva una singolare quantità di red-necks, la maggior parte dei quali, da come si piegava sui biliardi, non sembrava temere la "minaccia" gay.

Quella era la sera del 31 maggio, e io non imbucavo neanche a metterla dentro a mano. Persi ogni partita che giocai e pagai birre ai vincitori senza fare una grinza. Provavo un'inquietudine singolare, ineffabile. Ogni tanto lanciavo un'occhiata in direzione della porta, come se mi aspettassi di veder comparire qualcuno di conosciuto. Il Juke-box si lamentava con la voce di Garth Brooks. Il testo era la classica melassa country di lei tanto bella che fa sognare lui, ma all'improvviso se ne va inspiegabilmente con un agente immobiliare. Oh-Yeah. Mi avvicinai all'oggetto luccicante (il secondo juke-box a cd che avessi mai visto -- il primo stava al "Live Bait" ed era molto meglio fornito), ma l'unica canzone che conoscevo era "Walking On Sunshine" di Katrina & The Waves, e se avessi programmato quel pezzo credo che ora non sarei qui a parlarne. Così lasciai perdere e constatai che in Texas, sì, ascoltano effettivamente Dolly Parton (o meglio lo facevano 11 anni fa, sono un po' disinformato per ciò che riguarda il nuovo millennio).

A casa faticai a prendere sonno. Era lunedì notte. Pensavo al maledetto biliardo, alle maledette leggi della fisica, e al motivo per cui non riuscivo a coniugare il primo con le seconde. E pensavo all'ennesima seduta di dialisi che mi aspettava il giorno dopo. Ma che poi non feci mai.

I° giugno 1993. Mi telefonò Dana alle cinque di mattina. A mezzogiorno ero in sala operatoria.