a glass of water

Di fronte ad un bicchiere d'acqua pieno a metà, le quattro possibili reazioni sono:

a) il bicchiere è mezzo pieno;
b) il bicchiere è mezzo vuoto;
c) il bicchiere è mezzo... no, è mezzo... cioè... qual era la domanda?
d) ehi! io avevo ordinato un cheese-burger!!

Abbastanza sorprendentemente, vi sono molte più persone che appartengono ai gruppi C e D di quanto si possa immaginare.

ink

Eccomi di nuovo con la penna in mano. La vecchia stilo dal pennino raschiante e il dolce profumo d'inchiostro. Inchiostro blu, per l'esattezza. Non ne esiste di altro colore. E' tutto qui, nel fluido movimento del polso, scandito in quattro quarti come solfeggio. La curva elegante della c, le onde della u, la o come la luna, l'inciampare del pennino a mezza erre prima del volteggio acrobatico finale.

E a furia di mettere puntini sulle i farò sembrare questo foglio il mantello d'un dalmata.

ink

gira la ruota

Giri di vite. O di vita, se vogliamo. Vorrei cambiare il carattere con cui è scritto quanto mi riguarda. Farebbe comunque schifo, ma almeno sarebbe in un bel Garamond corpo 12. Così scorrevole e leggibile.

[Tra un attacco ipertensivo e l'altro, faccio in tempo a registrare mentalmente il seguente epico episodio. Premessa: Ferrara, città delle biciclette. Mi ripenso adolescente e aitante, mentre pedalo con noncuranza con 4 sotto zero senza guanti, felice di vedere gli sbuffi del mio fiato. Poi, in classe, mi ci voleva un quarto d'ora per riprendere sufficiente sensibilità alla mano da impugnare la penna. Col tempo ho imparato a indossare i guanti (meravigliosa invenzione), ma noto che l'adolescente medio non ha modificato i costumi di un'età. Eccolo lì che giunge bello spanizzo col il bavero del cappotto alzato alla Corto Maltese, pedalando flemmatico con le mani al calduccio ciascuna stretta sotto l'ascella opposta. Sono certo in questo momento avrete realizzato che, trovandosi le mani dove ho detto, il manubrio deve per forza essere incustodito. Ve ne siete accorti voi e se n'è accorto il beffardo destino. Per entrare nella mia visuale il tizio ha compiuto una virata brusca spostando il peso del corpo, mostrando discreta agilità oltre che ottima coordinazione. Ma ecco, sembra non aver tenuto conto che il fondo stradale, in via Voltino, non è il levigato asfalto di via Palestro, bensì uno scosceso quanto malmesso acciottolato pieno di buche e avvallamenti. E quindi non compie cinque metri che già la ruota davanti viene bruscamente deviata da una gobba. Ballonzolando sulla sella, sempre con le mani sotto le ascelle e un invidiabile ottimismo, il tizio tenta di aggiustare la rotta con un colpo di reni. Ma le ruote hanno deviato verso una profonda buca sulla quale rimbalzano come molle nella direzione opposta. Questo secondo ostacolo imprime alla traiettoria della bicicletta un andamento zigzagante che Corto Maltese prova coraggiosamente a raddrizzare a colpi d'anca. Le sue mani sono ancora ben strette sotto le rispettive ascelle, ma ora sul suo viso è dipinta un'espressione che sembra voler dire: "Oooooocccazzzooooooo!!!" Mi scanso appena in tempo. Ormai il tizio s'è reso conto che sarebbe il caso di riprendere saldo possesso del manubrio, e all'uopo ha sfoderato le mani dalla loro singolare protezione, ma troppo tardi. Il manubrio, troppo a lungo lasciato a sé stesso, all'ennesimo ostacolo gira la ruota a 90 gradi rispetto alla traiettoria di volo ed è come se si piantasse al suolo. La ruota di dietro invece, assieme al resto del telaio con tutto il tizio sopra, si solleva leggermente, e facendo perno sulla ruota piantata compie una rapida rotazione di 180 gradi, che al Circo Orfei gli sarebbe valsa applausi a scena aperta, al termine della quale il pilota si trova tutto bello disteso sui ciotoli. Due ragazze che portano a passeggio un cane ridacchiano mentre gli passano accanto. "Ehi, stai bene?" gli chiedo. Ma il tizio è già rimontato in sella e sta pedalando di lena verso l'oscurità in fondo alla via, stavolta con le mani al posto giusto. Fortunatamente non ho dovuto impararlo a mie spese, ma a quanto pare i guanti hanno anche una funzione antinfortunistica.]

Ed ora la pubblicità.

our pain

Certe volte è così difficile non lasciarsi commuovere dalla semplicità cui rinunciamo, giorno dopo giorno, senza nemmeno rendercene conto. Una frase, una mano che stringe una spalla in segno d'amicizia, di condivisione. L'affetto frustato dai tempi che resiste, malgrado tutto. Legami. E il dubbio doloroso, nel profondo dell'anima, di non esserne degni.

Mi disarma, questa cosa, e m'addolora. Scoprirmi intento a pianificare l'acquisto di qualche nuova ultracostosa diavoleria tecnologica (sicura compensazione) con l'improbabile certezza che sarà QUELLA, finalmente, a sollevare il fardello d'inquietudini che reco sulle spalle, e scorgere d'un tratto la tenera felicità negli occhi di mia madre, per alcune piantine costate non più di una manciata (in senso letterale) di centesimi.

Amleto, Amleto. Avevi ragione tu. Il mondo è fuori squadra. E maledizione chi è che può rimetterlo in sesto, ora?

Piango.

Orpheus Descending

[...]

Nel buio del silenzio era più facile accettare di ripercorrere il dolore che soggiacere al nulla.
Le sue parole correvano a ritroso, goffe e impacciate, come affondando i piedi nella melma, fino a trovare il più solido terreno del rammarico e iniziare la loro corsa giù per il pendio.
Facile, così facile. Scapicollarsi verso valle senza il pensiero della risalita, mentre attorno vorticavano risa e lacrime, baci e singhiozzi. Dolore amato e ritrovato.



La forma o l'essenza? Una canzone è una canzone perchè è in musica o perchè vi sono le parole? Gli dicevano canta e lui lo faceva, sempre precipitando nell'abisso, trascinandosi tutti dietro, le parole che irrompevano nel cuore come carri armati.

E finalmente, alla base del verso, l'accecante fantasmagorica luce del silenzio annullare tutto in un bà. Ridare l'avvio al movimento. Perchè non si va più a fondo del fondo, e giunti in fondo non si può che risalire. La chiamano catarsi.

Salvo poi rovinare tutto con una sbirciatina alle spalle.

friday friday

Due ore al Venerdì.
Gli occhiali mi scivolano sul naso e li spingo al loro posto. Che brutta giornata, oggi. Inutile, faticosa. Apro gli armadi dell'ufficio, le pratiche che mi attendono. Dove diavolo ho messo il cellulare? Vorrei mandare un messaggio ad un amico ma non lo trovo. I telefoni, la stampante che s'inceppa. Uscire dal sistema per le 13 e trenta causa aggiornamento software, prego, informeremo quando sarà possibile ricollegarsi. E via, il nastro della calcolatrice da tavolo lungo quanto un'autostrada. Lungo fino a casa, almeno. Si fottano le targhe alterne. Chi ha mai detto che i Lunedì sono le giornate peggiori? Le mie dita sono un'unica ricamata cicatrice. Anche oggi, il solito taglio con la carta. Me ne accorgo mentre piego un foglio da infilare in una busta, dove lascio un mio campione di DNA. Un sorriso mi sfiora la bocca. Da qualche parte in rete, credo sul blog di un tale in Australia: non solo le donne sanguinano ciclicamente. Anche se non penso possa riferirsi alle mie dita martoriate. Ogni volta che suona un cellulare mi volto credendo sia il mio, che non c'è, che non trovo. Dove diavolo l'ho imbucato, maledizione? E, se debbo dirla tutta, cosa ci fa qui il telecomando del mio stereo?

lovesong

Brina sui miei capelli. O almeno è quello che voglio credere, mentre cammino per le strade improvvisamente deserte. Fa una certa impressione Ferrara, così attraversata solo dalle luci delle vetrine. Bella, così bella e silenziosa. Ma io che ne so? Io, con i Cure nelle cuffie dell'I-pod. Che cammino come trascinato dalla chitarra di Robert Smith. Sonnambulo nuoto nel freddo, riscaldato dal mio solo cuore che brucia, che brucia come un falò estivo. Che caldo. La chitarra suona, la voce un po' stridula canta che parole che le metto in bocca.

However far away
I will always love you
However long I stay
I will always love you
Whatever words I say
I will always love you
I will always love you



Non importa. Non importa che sia tutto finito, che di te non mi sia rimasto che questo mestolo di profumato ginepro, questo acquerello sbiadito che sono diventati i miei ricordi, che questa strada mi conduce lontano e ormai t'ho persa dallo specchietto retrovisore. Non importa.

I will always love you.

cameraphone

Ecco la nuova immagine del millennio. Una bimba di cinque anni in piedi dentro un carrello della spesa vuoto che chiama la mamma, e ne è completamente ignorata perché questa se ne sta come in trance col naso appiccicato ad una vetrina di videofonini.

[Intanto continuo a star male. E' sfiancante sentire il proprio corpo che non risponde, che tradisce anche nelle piccole cose, sordo a ogni lusinga. Mi ripeto, mi ripeto. Merito la rottamazione]

Il mondo è la galleria di un centro commerciale - con i negozi colorati, le vetrine vistose, le commesse sexy -, in cui aggirarsi senza il becco d'un quattrino e indebitarsi per comperare l'ennesimo cellulare.

Mamme (non tutte, ovvio), avete bisogno di una sonora pedata nel didietro.

I'll stand by you

Oh, Why you look so sad?
The tears are in your eyes
Come on and come to me now
But don't be ashamed to cry
Let me see you through
Cause I've seen the dark side too.
When the night falls on you
You don't know what to do
Nothing you confess
could make me love you less

I'll stand by you
I'll stand by you
Won't let nobody hurt you
I'll stand by you

So,
If your mad, get mad
Don't hold it all inside
Come on and talk to me now
But hey, what you've got to hide
I get angry too
But I'm a lot like you
When you're standing at the crossroads
Don't know which path to choose
Let me come along
Cause even if your wrong...

I'll stand by you
I'll stand by you
Won't let nobody hurt you
I'll stand by you
Take me in into your darkest hour
And I'll never desert you
I'll stand by you
And when,
When the night falls on you baby
Your feeling all alone
Walking on your own

I'll stand by you
I'll stand by you
Won't let nobody hurt you
I'll stand by you
Take me in into your darkest hour
And I'll never desert you
I'll stand by you

- The Pretenders, I''ll stand by you

the nightshift

Vivo la notte, e questa si prolunga nel giorno. Ruba i contorni, sfuma gli spigoli. S'addensa, il sonno onnivoro che tende le mani, s'addensa come un banco di nebbia in cui perdersi e dissiparsi. E anche i sogni giungono tardi, ad alba avanzata, la cavalleria al galoppo con le sciabole sguainate ma che trova il forte già in mano al nemico.

Seduto alla scrivania, ancora aggrappato alle lenzuola, la coscienza mi sgocciola addosso ricordi e desideri e a volte il ricordo dei desideri. Nella penombra dell'anima, accucciato in silenzio, attendo la notte.